Milano.0

Una città moderna è una città digitale, “connessa”: affermazione a parole del tutto pacifica, ma nei fatti significa letteralmente trovarsi a correre dietro a cambiamenti piccoli o grandi, comunque veloci.

Dalla fase 1.0, che ha permesso la creazione delle infrastrutture informatiche, si è velocemente passati alla fase successiva, la 2.0, che ha posto le condizioni per mettere in contatto le persone tramite internet rivoluzionando il concetto di comunicazione. Oggi stiamo migrando al 3.0, in cui le tecnologie dell’informatica diventano potenzialmente applicabili a qualunque oggetto della vita quotidiana e permettono di fornire in tempo reale una rappresentazione della realtà circostante. Ne sono un esempio i sistemi di rilevazione del traffico, i sensori ambientali, i palazzi “intelligenti” che forniscono informazioni sul proprio stato di degrado o conservazione.

I Paesi del Nord Europa ci fanno riflettere, e non solo dal punto di vista del welfare e dei diritti civili. Ad Helsinki, ad esempio, un sistema informatico di monitoraggio sull’andamento dei mezzi pubblici permette di valutare azioni di miglioramento sugli itinerari in base alla reale domanda di spostamenti da parte dei cittadini. Ad Amsterdam, si sta mettendo a punto un sistema di calcolo dei flussi che attraversano le vie dello shopping per verificare che i valori immobiliari dei negozi siano appropriati rispetto al passaggio dei consumatori.

È uno scenario che lascia presagire esiti a dir poco suggestivi, rivoluzionari per l’economia (dal marketing al commerciale, dallo sviluppo del prodotto ai servizi professionali), ma anche per l’impatto sulla qualità della vita. Nell’era dell’internet of things gli oggetti non solo forniranno informazioni via via più dettagliate e puntuali sul mondo circostante, ma potranno assumere in modo attivo decisioni autonome, come avviene, ad esempio, con i sensori posti sull’asfalto, che rendono possibile modificare immediatamente i limiti di velocità in caso di intasamenti. Il business dell’internet delle cose – mercato che vale in Italia oltre 1,8 miliardi di euro, con una crescita prevista del 10% nel 2012 – è quindi destinato ad incidere radicalmente sulla vita di persone e di imprese e le grandi aree urbane devono predisporre il terreno al cambiamento.

A che punto è la nostra città e dove vuole arrivare? Che debba essere una metropoli “.0” è fuori dubbio ma con quale numero davanti? Qual è il paradigma non solo auspicabile, ma anche realizzabile nei prossimi 20 anni a Milano?

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