Da faber a lector: così si vive la città del futuro

Tra gli spunti di riflessione emersi durante il convegno Milano 2030 della scorsa settimana, una considerazione particolarmente stimolante è giunta da Pierluigi Nicolin, ordinario di Composizione architettonica presso il Politecnico di Milano. Nicolin invita a deporre definitivamente l’utopia illuminista secondo cui è l’uomo a organizzare lo spazio e lo sviluppo del territorio sovrapponendogli i propri schemi razionali, auspicando piuttosto una disponibilità ad interiorizzare le dinamiche e le forme, anche estetiche, che la contemporaneità autonomamente produce.

Traduzione: non possiamo più pretendere di adattare lo spazio alle nostre categorie, ma siamo noi a dover far proprie le condizioni che – ci piacciano o meno – il nostro tempo ci impone. (Lo predicava anche Cartesio nel quarto enunciato della sua morale provvisoria: piuttosto che tentare di cambiare il mondo, conviene cambiare se stessi.)

Che ne sarà allora di noi e del nostro futuro? Dobbiamo arrenderci pigramente al corso degli eventi? No. Ma, deposta la presunzione di poter dirigere e programmare l’evolvere dello sviluppo sociale ed economico verso “magnifiche sorti e progressive”, a noi come uomini e cittadini resta comunque l’imperativo etico di capire e interpretare il cambiamento in atto, per non subirlo passivamente. Non solo: non basta prendere atto del mutamento, bisogna tentare di inquadrarlo entro una griglia culturale che lo spieghi e ne renda ragione.  Per Nicolin questa griglia è il surrealismo; potrebbe anche essere l’entropia, o il relativismo spengleriano, o magari una sintesi eclettica di tutto questo e altro, data la complessità sempre crescente dei fenomeni in divenire.

Il presente, infatti, si costruisce da sé secondo logiche impreviste e imprevedibili: a partire dalle nostre azioni, la post-modernità genera effetti emergenti preterintenzionali che superano ogni capacità di programmazione. Quando Mark Zuckerberg inventò Facebook pensava a un modo per rimanere in contatto con i propri compagni di liceo, non certo a rivoluzionare la socialità globale e il concetto di relazioni interpersonali. Per vivere la città del 2030 bisognerà prima di tutto sforzarsi di capirla: il milanese di domani dovrà saper slittare dal paradigma del fare a quello dell’interpretare,  e homo faber certo, ma anche un po’ più homo lector.        

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2 responses to this post.

  1. Posted by Alessandro Stuart Di Bona on 23 dicembre 2011 at 7:22 PM

    Vale la pena guardare questo video. C’è tutta Milano

    http://vimeo.com/m/33976434

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    • Grazie Alessandro, l’avevamo gia’ programmato come “regalo di Natale” per i nostri lettori…sei in perfetta sintonia con il Mi2030Team! Grazie, aspettiamo altre tue segnalazioni

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