La strada fatta ad arte

 

Anno nuovo, polemica vecchia. Un dossier realizzato dal Comitato di quartiere Abruzzi-Piccinni ha riportato all’attenzione delle cronache l’ormai annosa questione-graffiti. Un nodo spinoso, quello del writing a Milano, mai definitivamente risolto dalle diverse amministrazioni che si sono succedute alla guida di Palazzo Marino, forse anche perché tutto sommato si è sempre evitato di affrontare il problema in maniera strutturale e scevra dalla consueta dose di retorica perbenista. Partiamo da un dato, di per sé tristemente eloquente: su 101 monumenti esaminati, ben 37 sono risultati vittime dell’imbrattamento selvaggio; in pratica, un’opera su tre. Una media deprecabile, ma che proprio per la sua intollerabile consistenza dovrebbe suscitare un ordine di considerazioni che sappiano oltrepassare l’onda emotiva della pura e semplice indignazione per far posto a contromisure finalmente risolutive.

Al di là dei moralistici appelli allo smarrito senso civico e oltre l’auspicio reazionario di più robusti provvedimenti repressivi, una possibile soluzione potrebbe consistere nel riconoscere alla street art, una volta per tutte, lo statuto di forma d’arte contemporanea. Una qualifica che, mentre all’estero le è da tempo già stata accordata (un nome su tutti: Keith Haring), da noi stenta a venire recepita, fatta eccezione per un occasionale diritto di cittadinanza sporadicamente concesso da alcuni musei milanesi ai migliori esponenti dell’urban graphic meneghina: Bros, Keyone, Pao, Ivan, Tawa, Kano. Una definitiva consacrazione culturale imporrebbe invece agli interpreti un’automatica responsabilizzazione: in primis, perché la deontologia dell’artista prescrive sopra tutto di rispettare l’arte altrui (ivi compresi i monumenti e le bellezze architettoniche); in secondo luogo, perché solleverebbe i writers dall’alibi di una clandestinità altrimenti necessaria. Come a dire: il vostro spazio non è più l’illegalità, ma il museo o la città stessa. Infine, perché porrebbe un netto distinguo tra chi decora e chi imbratta.

Il confine tra arte e vandalismo, tuttavia, non risiede tanto e soltanto in un’estetica del segno, quanto piuttosto in una razionalizzazione del gesto. Non si tratta dunque di stabilire se il graffito sia bello o brutto, ma che ragione abbia di occupare quella superficie. Va da sé, ad esempio, che la facciata del Duomo non abbia alcun bisogno di ulteriori “ritocchi” ex post per esprimere i propri attributi artistici, culturali e simbolici. Ma si può dire altrettanto dei cavalcavia anonimi e fatiscenti che sormontano le linee ferroviarie della città? O degli squallidi sottopassi pedonali? O degli innumerevoli muri scalcinati figli della cementificazione indiscriminata delle periferie? Affidare ai writers l’opportunità di ravvivare creativamente il grigiore di quelle strutture indecorose potrebbe essere un modo economico per liberare l’inventiva giovanile e rimediare contestualmente al degrado di certe zone della città. E chissà che la street art non possa essere per la Milano del 2030 quello che la pop art fu per le metropoli americane degli anni Sessanta: l’iconografia urbana per eccellenza.

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One response to this post.

  1. come al solito e’ abbastanza facile ma bisogna volerlo fare … se “dipingi” un citofono sei un vandalo, se fai un disegno su un muro grigio di periferia direi proprio di no

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