Milano val più di una manovra

Si dice sempre che Milano sia la capitale economica d’Italia, il cuore finanziario del Paese, la città della moda, della Scala e del panettone. Lo si sente ripetere da più parti e con cadenza quotidiana ormai da decenni, un po’ per una forma di civetteria tutta ambrosiana, un po’ per reale convinzione e – almeno ultimamente – anche un po’ per consolazione. Ruminate in ogni prodotto promozionale fin quasi a ridurle a uno stucchevole luogo comune, c’è da scommettere che le eccellenze meneghine per antonomasia oltrepasseranno senza fatica il traguardo fatidico del 2030. Ma, al di là della logora retorica da pro loco, quanto vale davvero il brand Milano?

Un’interessante stima del controvalore economico degli emblemi cittadini arriva dalla Camera di commercio di Monza e Brianza, e la cifra complessiva è da capogiro: 400 miliardi di euro. Un capitale diffuso che se venisse patrimonializzato basterebbe a coprire circa un quinto del debito pubblico dello Stato. Tanto per rendere l’idea, il solo marchio dello stadio di San Siro, impacchettato con i brand di Milan e Inter, frutterebbe 30 miliardi di euro, a occhio e croce l’equivalente dell’importo totale che il governo Monti si aspetta di rastrellare con le misure “lacrime e sangue” della manovra salva-Italia. “Briciole” rispetto all’ammontare del sistema della moda: il circuito delle passerelle milanesi è infatti quotato 111 miliardi, e altrettanto si ricaverebbe da un’ipotetica vendita di altri due emblemi della città, il Duomo e la Scala (base d’asta: 82 miliardi per la cattedrale, poco meno di 28 per il teatro). Il comparto del design è quotato 92 miliardi, mentre l’Expo che finora è principalmente polemiche (molte) e cantieri (pochi) ha già raggiunto i 60 miliardi, con ogni probabilità destinati a crescere. Cedere i diritti economici del buon vecchio panettone (quello artigianale, s’intende) porterebbe poi a bilancio un miliardo tondo tondo.

Un tesoretto niente male, non c’è che dire. Ma escludendo improbabili spoliazioni e liquidazioni totali, com’è possibile mettere a frutto questo immenso patrimonio potenziale, iniettandone i benefici nell’economia reale? In pratica, si tratta di trasformare il concetto impalpabile di brand in moneta contante per le imprese del territorio. La ricetta non è di quelle pronto uso, ma l’enormità della posta in palio vale lo sforzo di provarci; ad esempio, con un’astuta operazione di licensing che converta in prodotti gli elementi intangibili del brand come l’immagine, la visibilità e la reputazione. Oppure coltivando sempre più, accanto al made in Italy, una gamma di eccellenze made in Milan attraverso marchi che ne tutelino e valorizzino l’originalità, come già accade con il contrassegno DeCA per la cucina tipica ambrosiana. Perché, in fondo, Milano val più di una manovra.

       

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One response to this post.

  1. Posted by laura on 23 gennaio 2012 at 6:15 PM

    complimenti al blogger, veramente interessante

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