Conflitto (infra)strutturale

Le infrastrutture: tutti le vogliono, ma poi sul “come” e “dove” la questione si complica. Vedi il caso dell’Area C a Milano: sottoscritta a furor di popolo “l’estensione dell’Ecopass” con un referendum a primavera, quando poi si è trattato di varare una vera congestion charge le polemiche si sono sprecate. 

Così, non a caso, tra i tanti temi trattati in questi ultimi anni dalla Mobility Conference vi è quello – molto delicato – della gestione dei conflitti derivanti dalle scelte di localizzazione delle opere pubbliche. L’opposizione agli investimenti infrastrutturali è infatti fenomeno ormai endemico in Italia (e a Milano) come altrove.

Le modalità di attivazione del confronto con le comunità interessate possono seguire due approcci: 

–         un approccio ex post (prima si fa poi si discute), che prevede che il decisore pubblico adotti la scelta localizzativa e formuli il progetto dell’opera senza coinvolgere preventivamente la popolazione o gli enti locali, valutando in un secondo momento l’opportunità di eventuali compensazioni;

–         un approccio ex ante (prima si discute e poi, forse, si fa), che prevede che tutte le comunità vengano coinvolte in fase preliminare e che tutte le scelte principali dell’intervento infrastrutturale vengano discusse.

La crescente volontà dei cittadini e  delle comunità locali di partecipare alle decisioni relative all’infrastrutturazione del territorio (volontà che è espressione, in alcuni casi, di rinserramento difensivo e, in altri casi, di civismo organizzato) spinge sempre di più verso il secondo modello, che richiede però un diverso quadro normativo con la definizione di regole trasparenti per la disciplina dei processi decisionali. In Italia siamo ancora lontani da tale esito. A questo aiuterebbe anche l’approvazione di una legge regionale sulla partecipazione (sul modello di quelle varate in Emilia Romagna e Toscana) di cui la Lombardia è ancora priva.

Entro questa cornice e con un sistema di regole più certe, sarebbe più semplice prevenire l’incancrenirsi dei fenomeni nimby (not in my backyard) e valorizzare – al contrario – le istanze di partecipazione provenienti dai movimenti e comitati milanesi che esprimono, se opportunamente attivati, energie positive e costruttive.

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