Un panino alla milanese, grazie!

Si è conclusa martedì pomeriggio la decima edizione della Mobility Conference. Noi avremo anche scritto “The most boring post ever” per aggiornare su 10 anni di cambiamenti infrastrutturali, ma questa edizione non è stata di certo la più noiosa della storia della Mobility.

Tutt’altro. Ci sono stati pareri autorevoli e opinioni diverse. C’è stato confronto e, a volte, anche qualche tensione. Si è parlato di infrastrutture, di sviluppo, di autostrade, energia, aeroporti (forse meno degli altri anni), e anche – più o meno velatamente – di un argomento molto milanese, ma che si sta trasformando in un “caso-scuola” non solo di congestion charge, ma anche di confronto tra istituzioni, parti sociali, cittadini: Area C. In particolare, l’ultimo panel –“Mobilità, Infrastrutture e Territorio: le politiche e le azioni per Milano”- ha dato in merito spunti molto interessanti. 

Quello che si è capito è che Milano è una città-panino, stretta tra il suo essere metropoli (l’80% degli spostamenti in un’ampia regione del Nord Italia ha come origine o destinazione Milano, ha ricordato Biesuz, AD di TreNord) e il suo essere una città “piccola” (il centro di Milano “chiuso” dall’Area C sono 8 km quadrati, il 4% dell’area totale del Comune dove però si concentrano il 25% delle attività e il 50% del fatturato). Una città che – come la sua cotoletta milanese –  si trova spesso “impaninata”: basti pensare a quanto sia complicato far coincidere tutte le esigenze di una città a vocazione “multipla”, ambiziosa e problematica.

Non è facile decidere. O meglio, non è facile decidere e poi aggiustare il tiro: c’è la contrattazione con le parti, il ruolo delle istituzioni, i bisogni e la disponibilità dei cittadini. Avere infrastrutture inadeguate è frustante, per il territorio, per l’economia, per i cittadini. Avere una qualità della vita buona è parallelamente importante per ognuno, ma cosa sia “qualità della vita” è un concetto che si costruisce con tanti pezzetti, dove le priorità non sono per tutti le stesse. Quello della mobilità non è un gioco a somma zero – dove per avere qualcosa si deve per forza rinunciare a qualcos’altro – ma trovarne la quadratura positiva a volte è più faticoso del “dilemma del prigioniero”. Eppure bisogna provarci, perchè fermi non si può stare, soprattutto sulle infrastrutture (materiali e non) che sono ormai il vero discrimine tra una città moderna e una (più o meno bella) addormentata.

E le infrastrutture sono le “vie del fare” per eccellenza (perchè la mobilità non è un valore in sè, ma è un valore funzionale, un servizio). E, c’è poco da girarci intorno: come diceva una vecchia massima della saggezza popolare ,”le vie del fare si percorrono facendo” .

 

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