L’etica ambrosiana e lo spirito del…giovanilismo

C’era un’etica ambrosiana fatta di pragmatismo e contenuti, di individualismo fecondo perchè si specchia nel bene comune, di equilibrio e solidarietà che nasce dalla sobrietà e dalla consapevolezza. C’era un’etica ambrosiana che -parafrasando Max Weberspiega almeno in parte “lo spirito del capitalismo” milanese, la sua vocazione economica, la sua imprenditorialità. C’era un’etica ambrosiana che ha generato una città borghese e aperta, a volte severa, che tuttavia premia le idee e incoraggia la cultura, dove chi ha voglia può imparare e crescere; una città con la capacità di generare mobilità sociale, senza ruoli ingessati, dove anche il Governatore romano può diventare un talentuoso Vescovo.

C’era questa città, ma forse non c’è più. E fondamentalmente perchè i giovani, che ci sono o vi arrivano, faticano a coltivare l’etica ambrosiana, a credere che ancora funzioni; i giovani faticano a diventare adulti consapevoli, cittadini.  Mancano i riferimenti per diventare grandi -lavoro, famiglia, indipendenza-, non basta più “essere bravi e seri” per farcela e la crescita da passaggio sfidante diventa una fatica di Sisifo. Secondo una ricerca della Camera di commercio di Milano (grazie all’innovativo progetto  “Voices from the Blogs”  dell’Università degli Studi di Milano su 3.000 tra post su Twitter e blog milanesi a febbraio 2012) il lavoro è la prima preoccupazione dei giovani milanesi: quasi la metà dei giovani milanesi teme la disoccupazione (41,3%) e a otto su dieci il “posto fisso” non dispiacerebbe affatto; due su tre sarebbero disponibili anche a  spostarsi pur di avere un lavoro.

La disoccupazione e il precariato sono il principale problema per il 64% dei giovani, solo il 26% si pone per primo l’obiettivo possibile di una famiglia (che non significa prosaicamente soltanto sposarsi e figliare, ma radicarsi, investire sul futuro, pesare davvero in toto le possibilità e i limiti di una città). Ma nemmeno andare a vivere da soli è una scelta fatta a cuor leggero: mentre la casa rimane un bene rifugio, oltre uno su due dei giovani milanesi fa fatica ad acquistare casa perché, dopo le trattative in agenzia immobiliare, si rendono conto di non avere sufficienti risparmi. Nel 74% dei casi chi la compra si fa aiutare dai genitori.

L’etica ambrosiana genera ancora “spirito del capitalismo”, dell’investimento (prima di tutto su se stessi e sulla città) e progresso? Oppure nei decenni questo “modo di essere” si è indebolito con le nuove condizioni economico-sociali e ha perso  la capacità di risultare per le nuove generazioni un motore di sviluppo come in passato? A volte sembra che Milano piuttosto dei giovani abbia finito per premiare sempre più solo il giovanilismo, diventando una città formidabile finchè si studia e ci si diverte, ma davvero troppo difficile se si tratta di guadagnarsela lavorando e costruendo una famiglia. La sfida è invece quella di creare una città dove i giovani possano davvero crescere, una città con etica ambrosiana e spirito del futuro. Qualche idea?

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