Una bomba di energia civica

Al centro del dibattito politico e mediatico si è imposto nelle ultime settimane il nodo – quanto mai critico – della costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione. Tanto che il movimento “No TAV” ha largamente sconfinato dalla Val di Susa spostando la protesta e il dissenso in tutta Italia, Milano compresa.

Il tema ha riportato l’attenzione sulla difficile gestione dei conflitti laddove si contrappongono interessi locali e bene comune, così come sul ruolo di gruppi, movimenti, comitati o associazioni che canalizzano le istanze. 

Un interessante spunto di riflessione sull’evoluzione del comitatismo viene dalla realtà milanese, che è stata ampiamente indagata da una recente ricerca dell’Aaster su impulso della Camera di Commercio di Milano, e che può in qualche misura fornire indicazioni su come approcciare la questione da parte delle forze politiche e sociali in gioco. Partiamo da qualche considerazione di fondo. La prima. Il fenomeno dei comitati è ampiamente cresciuto negli ultimi vent’anni, ed in particolare dal 2001 in avanti (solo a Milano si passa da 30/40 a 180 gruppi censiti). La seconda. Se vent’anni fa i comitati rappresentavano un presidio territoriale di difesa in chiave di prossimità e in risposta ad un problema di sicurezza, oggi sono l’espressione di più dimensioni, da quella politica a quella dello sviluppo urbano – con particolare riferimento alle questioni ambientaliste (inquinamento, traffico, verde, grandi infrastrutture). In questo modo rivelano una maggiore attenzione alla qualità della vita e della convivenza urbana, intervenendo anche sui grandi temi di scenario, come l’Expo 2015, in risposta alla crisi di rappresentanza che lamentano (basti pensare, ad esempio, al fatto che con il concetto del “not in my backyard” i movimenti puntano oggi a disegnare l’assetto complessivo del contesto in cui sono inseriti). La terza. Considerando sinteticamente l’identikit del sistema a Milano, si rileva che i comitati oggi mostrano un rapporto di genere equilibrato e si compongono di militanti compresi nella fascia d’età 35-50 anni il cui titolo di studio rivela un movimento colto e la professione un’incidenza del ceto medio riflessivo delle professioni. In altre parole, i comitati descrivono l’attuale composizione sociale della città. Si tratta, pertanto, di movimenti che si ritagliano una propria dimensione in risposta ad un bisogno di autonomia e su impulso di nuove forme di energia civica potenzialmente in grado di indurre una trasformazione molecolare del contesto circostante. 

Questo processo di “americanizzazione” sta però avvenendo a fronte di un deficit di pluralità, principalmente su tre dimensioni. La prima riguarda le risorse della conoscenza, in quanto un contesto di gestione monopolistica delle informazioni inibisce l’apprendimento sociale. La seconda si riferisce al deficit di meccanismi di regolazione pluralistica e partecipata che frena i processi di creatività e di sperimentazione. La terza è relativa allo scollamento tra la dimensione della residenzialità, della territorialità e del radicamento e quella dei city users milanesi che, diversamente da quanto avviene negli Stati Uniti, non possono contare su forme di aggregazione e costituiscono per questo nodi di rottura emotiva. Il punto è quindi: come valorizzare queste nuove risorse di energia civica?

In una città come Milano c’è bisogno di puntare su questi nodi, perché la realtà urbana milanese è una sintesi di stanzialità e mobilità. A questo scopo, però, le tradizionali regole della politica hanno mostrato limiti di efficacia, le strutture per la creazione del consenso si sono indebolite e nuove forme di rappresentanza devono essere individuate in modo condiviso. Occorre fare leva sulla delocalizzazione del potere amministrativo, prendendo come riferimento la dimensione del contesto locale per proiettarsi sulla dimensione comune, e sulla ricerca di canali appropriati per governare i movimenti dei cittadini. Perchè se è vero che esiste il problema della frantumazione tra comitati, che non si sono ancora dimostrati del tutto capaci di fare sintesi, è anche vero che da soli non faranno mai “condensa”, poiché questo compito spetta alla politica e alle istituzioni. Del resto, “fare condensa” è giocoforza: l’amministrazione può contare, in genere, su risorse scarsissime, ma ha a disposizione un grande capitale sociale diffuso, un volontariato sostitutivo di queste risorse scarse che mette a disposizione della cittadinanza servizi di prossimità forniti in modo gratuito. Ciò che occorre è, pertanto, stringere un nuovo patto tra politica e risorse civiche diffuse, per ridurre lo iato tra il “locale di prossimità” e il “globale di istantaneità”. Ma soprattutto per evitare lo scontro e le contestazioni “a metà dell’opera” e far sì che il dibattito si sviluppi quando è ancora possibile confrontarsi in modo costruttivo, con maggiore trasparenza da parte delle istituzioni nel porre in essere interventi pubblici.  Da parte dei comitati, invece, occorre risolvere alcuni aspetti preoccupanti di deformazione del meccanismo democratico, perchè spesso si verifica che una esigua minoranza assuma posizioni maggioritarie per mero effetto mediatico, così come talvolta i comitati rifiutano i meccanismi della democrazia rappresentativa a favore della democrazia diretta.

E’ questo un nodo centrale da risolvere perchè una bomba di energia civica come il comitatismo non si trasformi in un (più elementare, ma alquanto pericoloso se preso in faccia) boomerang democratico.

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