Questa casa non è un albergo: intervista a Simone De Battisti

Da sociologo, come descrivi i tempi che attraversiamo?

Stiamo vivendo una profondo cambiamento sistemico, che chiamiamo crisi perché guardiamo al passato e abbiamo paura, e forse anche poca fiducia nelle nostre capacità di costruire soluzioni e proposte adatte al futuro: ma la società è un ribollire di sperimentazioni. Sono soprattutto i servizi gli ambienti ove i nuovi “imprenditori sociali”, spesso con l’uso delle nuove tecnologie, stanno modificando le cose per come le conosciamo. E stanno ormai toccando anche aspetti più strutturali: il turismo, la mobilità, l’abitare.

Facci un esempio

In diversi Paesi europei (maggiormente nel nord Europa, ma anche in Italia non siamo del tutto fermi) i cittadini si stanno organizzando in vari modi affinché il modello residenziale sia più ampio (le modalità di individuazione ed acquisto, le relazioni tra i “vicini”, il welfare attivo, la mutualità, le forme degli spazi, le attività ivi realizzate). Non è una cosa nuova in assoluto, ci sono diversi esempi nella storia. Le novità riguardano la dimensione del fenomeno, le tecnologie utilizzate, il tipo di partecipanti, la consapevolezza, e l’intensità della progettualità. I vicini di casa si possono scegliere, una rete di relazioni di prossimità che può essere piacevole e di supporto. Non è proprio come nelle province, perché li, la cultura era più tradizionale, meno diversificata. Questi nuovi modelli sono urbani: non si tratta di gruppi ideologici o politico- religiosi, si tratta di persone che si auto-organizzano che diventano micro comunità leggere con obiettivi pragmatici.

Che ruolo ha il web? E’ uno strumento abilitante per questi progetti?

Lo fanno attraverso la rete, addirittura costituendo social network appositi, coinvolgendo professionalità complesse. In Germania per esempio vengono identificati immobili fatiscenti, rustici etc, acquistati low cost e rigenerati e rivenduti a prezzi ragionevolissimi non a singoli ma a gruppi che su quello spazio hanno nel frattempo costruito un progetto condiviso. In altre parole social network che permettono alle persone con interessi comuni di conoscersi, mettere insieme risorse e progettualità e trasformare la futura residenza in un luogo molto più bello da abitare, perché vivo di relazioni oltre che circondato di mattoni.

Ed in Italia?

In Italia è molto promettente il progetto http://www.facciamocasa.it/ che può contemporaneamente permettere agli operatori di ridurre il loro rischio di investimento, sviluppando solo quei progetti che riscuotono un interesse sufficiente. Ma le innovazioni riguardano anche tutti i servizi connessi all’abitare. Condomani.it per esempio permette ai residenti di gestire i problemi, la parte amministrativa, le relazioni con l’amministratore in modo più efficace. Così come mi risulta che ci sia un bel servizio: referenze e le preferenze delle persone contano, se c’è bisogno di interventi professionali, utilizzare www.gliaffidabili.it può aiutare. Ma oltre le mura di casa si potranno costruire relazioni di fiducia con www.mioquartiere.it/

E le istituzioni?

 Stanno arrivando. I primi ad accorgersi dei cambiamenti sono gli uomini (e le donne) di finanza e business. Del resto esistono anche fondazioni di social venture capital che finanziano l’innovazione sociale quando può garantire sostenibilità economica e ritorno anche minimo per gli investitori, poi arrivano le aziende, che in parte vogliono “imparare”, in parte farsi belle (csr e dintorni), in parte costruire partnership. Ma anche le istituzioni si stanno muovendo. Nel Nord Europa c’è una maggiore tradizione ed abitudine a sostenere l’imprenditorialità dei cittadini anche quando esula dall’outsourcing dei servizi tradizionali. Cameron è famoso anche per la formula della “Big Society”.  La UE ha messo in piedi una task force dedicata per studiare l’innovazione sociale e capirla e sostenerla. Anche in Italia mi risulta che nel governo attuale ci siano forti sensibilità, e che iniziative nate dalla società civile stiano contaminando sempre più le istituzioni. Penso che nei prossimi anni si apriranno grandi spazi di azione.

Quanto conta la cultura?

Rispondo con una battuta. Le persone costruiscono nuovi mondi solo quando hanno una cultura nuova, in parte si apprende (studiando), in parte stiamo apprendendo (inconsapevolmente) attraverso esperienze. In altre parole i micro progetti che abbiamo enumerato sono, insieme ad altri, ologrammi di futuro che vengono generati da persone intrise di un modello mentale più complesso. Così come avviene in tutte le grandi transizioni, come nel Rinascimento.

                                                                            Simone De Battisti (sociologo e innovatore sociale)

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