Milano fluviale, un ritorno al futuro

Metti una bella serata, una buona cena e una passeggiata sui Navigli. Ma senza i miasmi fognari e i reperti elettrodomestici che affiorano dagli alvei odierni; proprio una camminata lungo i canali del reticolo fluviale che un tempo correvano per le vie oggi asfaltate della città. A grandi linee, tutti sanno che un tempo Milano era attraversata da un sistema di corsi d’acqua artificiali, ma ben pochi riescono a figurarsi l’attuale metropoli piacevolmente invasa dalle acque fin nella sua cerchia più interna, da Brera a via Santa Sofia, fino a ridosso del Duomo. Eppure il passato idrologico del capoluogo potrebbe rappresentarne anche la fisionomia futura. O almeno così sarebbe se l’ambizioso progetto di riapertura dei Navigli, prefigurato dal plebiscito referendario dello scorso anno (quando l’ipotesi aveva raccolto oltre il 94% dei consensi), andasse – letteralmente – in porto.

L’operazione, certo, è oltremodo suggestiva: si tratterebbe, in prima battuta, di provvedere al ripristino della Darsena quale scalo cittadino, bretella necessaria a completare la via d’acqua Locarno-Milano-Venezia, per poi riattivare i canali della Cerchia Interna e predisporre così Milano a divenire l’hub degli assi fluviali che dai laghi Maggiore e Lario portano al mar Adriatico. Tutto molto bello, non fosse per le numerose difficoltà che l’attuazione del piano comporta. A cominciare dai costi, abbastanza proibitivi: l’intero pacchetto ammonta a circa 185 milioni di euro, di cui soltanto i 17 utili a riqualificare la Darsena sono già stati finanziati. Eppure, assicurano gli esperti, l’investimento paga: secondo le stime dell’università Bocconi, sommando i benefici economici derivanti dal progetto in termini di incremento dell’attrattività turistica, aumento del valore degli immobili, produzione di energia rinnovabile e abbattimento dell’inquinamento, l’operazione risulterebbe non soltanto sostenibile, ma addirittura conveniente. Perché il progetto diventi redditizio, basterebbe infatti che solo l’1% dei turisti in visita al capoluogo aumentasse di mezza giornata la propria permanenza media in città, generando così un valore aggiunto superiore ai 3 milioni di euro che consentirebbe un rapido rientro delle spese affrontate. Senza contare le positive ricadute economiche – e non solo – derivanti dalla riqualificazione urbanistica e dalla possibilità di sfruttare le risorse idriche come fonti energetiche alternative. 

Certo, la precondizione fondamentale per riportare all’originario splendore la Milano fluviale sarà inevitabilmente quella di sgombrare il centro storico dalla viabilità ordinaria così com’è strutturata oggi. E in questa prospettiva l’introduzione di Area C potrebbe, nel medio-lungo periodo, giocare a favore della futura ricomparsa di ponti e barconi. D’altra parte, sognare per la Milano del 2030 un “ritorno al futuro” idrologico in stile Venezia o Amsterdam non costa nulla. A differenza dei progetti infrastrutturali, almeno fantasticare è ancora gratis. 

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