3 falsi miti sul cohousing

Il cohousing è un tema di cui si parla molto oggi. In tempo di crisi si torna a pensare che la condivisione e la socialità possano essere utili a una vita migliore, più rispettosa dei principi di convivenza armoniosa, rispetto reciproco, economicità, mutuo soccorso.

Il cohousing rischia tuttavia di essere visto da due opposti estremi. Da un lato, bando all’individualismo, e largo alle facili congetture sui rapporti di buon vicinato, sulla facilità di fare economie di scala e sulla casa a prezzo “da discount”; dall’altra parte spazio agli scettici, ai luoghi comuni sull’italiano medio che, se litiga per il gatto irrispettoso delle regole del condomioni, figuriamoci per gli spazi comuni, alla “moda da fricchettoni” o allo pseudo-ghetto.

Beh, tanti i miti da sfatare, vediamo di fare chiarezza su alcuni punti fondamentali e lo facciamo con i responsabili di cohousing.it, la community gestita da NewCoh che raccoglie oltre 13.000 iscritti (in costante crescita) interessati a vivere in cohousing, che proveranno, in parole semplici e comprensibili per tutti, a spiegarci meccanismi che a volte sembrano oscuri e complessi.

1.       Il cohousing è una moda – FALSO

Basta tornare indietro di cinquant’anni e ricordarsi le cascine dove più famiglie vivevano condividendo alcuni spazi (una grande cucina, l’orto, il lavatoio, l’aia) e si suddividevano la gestione dei servizi (alcuni lavoravano nei campi, altri badavano agli animali, altri si occupavano della manutenzione, altri andavano in paese, altri tenevano i bambini). Nei paesi scandinavi i primi cohousing nascono negli anni ’60. Oggi sono molti e funzionano benissimo. Dopo oltre 50 anni!

2.       Il cohousing è un fenomeno che può avere successo solo nei paesi nordici (che sono culturalmente predisposti alla socialità) – FALSO

Per vivere in cohousing non serve avere una mentalità nordica, basta essere convinti che sia possibile rapportarsi con gli altri in modo equilibrato. Bisogna aver voglia di partecipare con la serenità d’animo e l’apertura mentale di chi pensa che il contributo di tutti possa solo migliorare il risultato finale, che il rispetto e l’accoglienza, ma anche la buona educazione, siano non tanto un fatto straordinario, quanto l’essenza e la normalità di ogni essere umano.

3.       Chi vive in cohousing arriva a mettere in comune anche la cucina e gli stipendi, condivide un credo, una filosofia di vita o addirittura convinzioni “estreme” – FALSO

Il cohousing non è una comune, né un eco villaggio, né una comunità religiosa, né di derivazione politica. È una scelta che privilegia aspetti di socialità, l’opportunità di avvantaggiarsi dell’utilizzo di spazi e servizi comuni scelti, organizzati dagli abitanti e a disposizione di tutti. Gli spazi privati sono case normali, complete e fornite di tutto. In cohousing la partecipazione è un valore. Tuttavia il cohousing non è un obbligo e ciascuno è libero di partecipare nei modi e con la frequenza che desidera. L’unico principio che resta valido è che chi non partecipa, per scelta o per impossibilità, accetta le scelte degli altri nella convinzione che essi agiscano per il bene comune e in considerazione delle esigenze di tutti.

(…continua)

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3 responses to this post.

  1. Posted by benny on 17 maggio 2012 at 1:09 PM

    Molto interessante…ma a Milano e hinterland concretamente ci sono esempi di cohousing? se sì, dove?

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  2. http://www.cohousing.it/content/blogcategory/3/24/ , qui si trovano un po’ di informazioni: per quello che sappiamo noi, c’è uno spazio a Rodano (vicino Milano), uno in Via Ripamonti (cohousing in affitto) e uno in Bovisa. Vuoi cambiare stile di vita?

    Rispondi

  3. Posted by benny on 17 maggio 2012 at 9:43 PM

    why not? 😉

    Rispondi

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