I tre giorni dell’oca

Tanto tuonò che piovve. Dopo settimane di occupazioni, polemiche e piazzate (a dirla tutta, più mediatiche che pasionarie) finalmente il tema degli spazi e delle opportunità da destinare all’arte, alla cultura e alla creatività ha avuto il suo momento di massima espressione e visibilità nei tre giorni dell’Oca.

Dal 14 al 16 giugno, gli spazi delle ex officine Ansaldo di via Tortona si sono trasformati in un arengo aperto a tutti gli operatori dell’arte e della cultura cittadina, dall’associazionismo alle istituzioni passando per gli irregolari. Unico grande assente Macao, il collettivo di lavoratori dell’arte che con la propria azione di protesta presso la Torre Galfa aveva fatto balzare in cima all’agenda politica della Giunta Pisapia l’annosa e controversa questione sulla fame di risorse (fisiche, finanziarie e sociali) che da tempo attanaglia e avvilisce la comunità creativa di Milano.

Un problema estremamente complesso, che merita ragionamenti seri e politiche credibili e fattive. Perché quello che finora è filtrato all’uomo della strada dal fitto scambio di schermaglie dialettiche tra l’amministrazione comunale e i barricaderi dell’arte si discosta ben poco dal solito, frusto stereotipo dell’artista bohémien che rivendica la propria libertà di azione e di espressione contro la gretta oppressione del sistema politico-economico industriale e post-capitalista.

Forse sarebbe il caso, una volta per tutte, di cambiare approccio, e farsi una ragione del fatto che la classe creativa possa andare in paradiso anche a dispetto di Oscar Wilde. Traduzione: è finito il tempo dell’art for art’s sake, dell’estetismo irriducibile e un po’ di maniera; in una città come Milano, se vuole sopravvivere e trovare spazi, l’arte non può prescindere dal rapporto continuo con la componente produttiva, imparando a introiettare almeno un po’ della vocazione imprenditoriale che caratterizza il contesto socio-economico in cui pretende inserirsi.

 Insomma, la parte creativa della metropoli dovrebbe imparare a giocare secondo le regole di Milano.

 Il che non significa necessariamente, prostituirsi o avvilire l’arte a serbatoio della massificante industria culturale. Nei settori più nobili dell’economia italiana, la domanda di creatività è altissima: nel design, nella moda, nell’industria, perfino nelle istituzioni, tanto che secondo un’elaborazione della Camera di Commercio addirittura un milanese su cinque fa un lavoro creativo. Certo, per avere delle chance bisogna anche saper declinare la propria creatività mettendola in relazione con le esigenze del proprio tempo: in sostanza, si tratta di decidere se da grandi si preferisce fare l’artista di strada che fa caricature ai passanti, o disegnare spremiagrumi per l’Alessi.   

In tal senso, nei giorni dell’Oca un segnale di svolta è arrivato proprio dall’assessore Boeri, che ha evitato di cadere nella facile tentazione di dar vita – lui creativo tra i creativi – all’ennesimo evento totalmente autoreferenziale, coinvolgendo al contrario altri assessori con mandati più specificamente “produttivi”, come Tajani (Politiche per il lavoro) e Castellano (Lavori pubblici). Ora però la palla passa alle istituzioni, perché, per produrre, la nuova generazione di artisti disposti a scendere a patti con l’economia reale chiede in cambio infrastrutture, incubatori e acceleratori d’impresa, accesso al credito, investimenti e opportunità di crescita. Dopo la fase delle consultazioni, è bene che scatti subito quella dell’azione: come chiosava Higgins ne I tre giorni del condor, “la gente se ne frega che noi glielo chiediamo, vuole solo che noi provvediamo”.

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