Archive for the ‘Infrastrutture’ Category

Grandi opere per grandi città

 

Nel lontano 1939, Le Corbousier insegnava come le strade non siano nude entità chilometriche, bensì avvenimenti plastici in seno alla natura. Che poi è come dire: geometria e ambiente possono essere elemento scatenante di emozioni forti.

E’ questa relazione estetica e funzionale tra le infrastrutture e il loro ecosistema al centro della mostra L’architettura del mondo, in programma alla Triennale di Milano fino al prossimo 10 febbraio.

Connettere i luoghi, infatti, non significa soltanto congiungere due punti geografici, ma aprirli a un flusso continuo di relazioni: umane, economiche, culturali. Lungo le infrastrutture si muovono persone, con il loro bagaglio di competenze, professionalità, esperienze; transitano merci, che sono espressione primaria del tessuto produttivo che caratterizza un territorio (basti pensare che solo l’interscambio con l’estero dell’area milanese vale quasi 350 milioni al giorno); circolano informazioni, valori, cultura.

Per cogliere questi aspetti, è necessario adottare quei modelli interpretativi per cui gli interventi infrastrutturali sono considerati al di là del loro valore “di servizio”, ma come componenti essenziali della trasformazione del territorio. Perché l’ampliamento delle reti strutturali è uno di quei fattori che contribuiscono in misura determinante al progresso e alla competitività di un sistema economico: in primo luogo, garantendo l’accessibilità delle imprese ai mercati di sbocco; ma anche creando corridoi di penetrazione lungo cui si sviluppano attività commerciali, servizi, nodi logistici. Un tessuto connettivo organizzato ed efficiente può infatti dare luogo ad “effetti di agglomerazione” che determinano delle interazioni dinamiche e spaziali sul territorio, ad esempio rivitalizzando aree improduttive attraverso la relazione con realtà più dinamiche.

Le grandi opere ingegneristiche, poi, cambiano la socialità e il modo stesso di vivere una città, facendo nascere talvolta nuovi luoghi di aggregazione collettiva o addirittura divenendo essi stessi simboli identitari: si pensi, ad esempio, ai Navigli per Milano, nati come via d’acqua per il trasporto di materie prime e diventati oggi un distretto emblematico per il commercio, per la vita sociale, per il turismo. Senza trascurare infine il contenuto artistico di cui molte recenti architetture funzionali sono portatrici, espressione visibile del gusto estetico e della creatività di un’epoca, così come importante incentivo all’attrattività internazionale delle moderne metropoli.

Insomma, le “architetture del mondo” non sono semplici manufatti ingegneristici: sono snodi di una rete complessa di relazioni, autentiche opere territoriali che hanno valore non solo in relazione alla loro funzione primaria, ma anche e soprattutto in virtù dell’azione strutturante che possono svolgere sui diversi ambiti dell’ecosistema su cui insistono. L’auspicio è che per la Milano del 2030 (ma anche per quella del 2015) questa concezione possa penetrare anche all’interno delle stanze dei bottoni che governano i grandi appalti, e trasferirsi quindi nei cantieri.

“C” come interesse Comune?

Il Comune di Milano ha deciso di sospendere l’Area C dopo che il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso di un’autorimessa contro l’Amministrazione comunale per il danno economico conseguente alla limitazione del traffico.

La vicenda pone la delicata questione del rapporto tra interesse privato e interesse comune.

Esiste un punto di equilibrio che permetta di preservare l’uno e l’altro?

Un breve commento dal titolo Garage ermetico aiuta a comprendere i termini del problema.

http://www.generativita.it/demofilo/2012/07/27/garage-ermetico/

 

 

Milano capitale delle start up?

Un incontro fuori dagli schemi, quello che la Camera di Commercio ospiterà martedì 26 giugno sotto il titolo Milano capitale delle start up?

L’obiettivo è quello di raccogliere 40 proposte concrete da presentare al Governo nell’ambito del recentissimo Decreto sviluppo. A sostegno del corposo esercito di giovani imprenditori, milanesi e non, che si apprestano ad avviare (o che faticosamente “tirano avanti”) la loro start up nuova di zecca.  

Le proposte verranno da tutti i soggetti che compongono il variegato ecosistema delle start up presente sul territorio: networking, crowdfunding, business angel, sistema universitario, sistema associativo, incubatori e acceleratori pubblici e privati e venture capitalist.

3 buone ragioni per il cohousing

7.      Il vantaggio di un cohousing è anche che potrò partecipare alle scelte progettuali che mi riguardano –VERO

La peculiarità dei cohousing è che la loro identità viene influenzata dai futuri abitanti, i quali partecipano ad un percorso di progettazione partecipata (condotta da psicologi, sociologi ed architetti) che li porterà a definire la loro visione comune (l’identità di quel cohousing) e, di conseguenza, il tipo di spazi comuni, la loro configurazione, il tipo di servizi a disposizione di tutti e la loro organizzazione.

Il percorso di progettazione partecipata comincia con il formarsi del gruppo fondatore (circa il 30% dei futuri abitanti) e prosegue durante la costruzione dell’edificio (o la ristrutturazione), di pari passo con le fasi operative di cantierizzazione. Coloro che partecipano fin dall’inizio hanno il privilegio di conformare il proprio cohousing fin dalla sua nascita, determinandone l’identità, a “loro immagine e somiglianza”. Coloro che aderiscono più tardi, accetteranno ciò che è stato precedentemente determinato dagli altri (che sono sempre scelte di assoluto buon senso), saranno accolti, informati e coinvolti nella progressione del gruppo di lavoro che, grazie all’accompagnamento di facilitatori esperti, affinerà la capacità di collaborare, di rapportarsi agli altri, di gestire le criticità e di diventare davvero comunità (la capacità di vivere un buon vicinato infatti è soprattutto frutto di esperienza e di apprendimento).

8.      Costruire un edificio in cohousing non è diverso dal costruire un edificio tradizionali e i costi sono simili. Sono fondamentali le competenze tecniche, economiche e finanziare.  – VERO

In Italia, in particolare è così. Un’area su cui edificare o un immobile da ristrutturare comportano movimenti finanziari importanti. Il processo che porta a costruire implica un progetto (e quindi dei progettisti), un iter burocratico, degli oneri da pagare, un’impresa che costruisca ecc… Se escludiamo gli interventi di natura pubblica o di Social Housing, pensare che realizzare un cohousing sia economicamente diverso dal realizzare un’abitazione tradizionale è del tutto fuorviante. Ciò che si riesce a fare, se si parte con un gruppo cospicuo di persone disposte ad acquistare, è costituirsi ad esempio in cooperativa e realizzare quindi prodotti molto qualitativi (in termini di classificazione energetica, qualità costruttiva, qualità impiantistica, etica del lavoro, rispetto dell’ambiente ecc.), evitando di pagare il costo dell’investimento di un terzo (il suo margine). Questo però significa che il gruppo che parte deve aver raggiunto un buon numero di adesioni (pari almeno al 60% del totale) e che dovrà davvero agire come gruppo d’acquisto, diventando investitore per se stesso. In questo senso il supporto di una società di servizi che sviluppi e segua l’operazione dal punto di vista tecnico, burocratico e amministrativo oltre che legale e finanziario determina, di norma, la differenza tra la riuscita e il fallimento.

9.       Per creare un cohousing non basta essere amici o avere buone intenzioni – VERO

L’esperienza più comune è quella di un gruppo di amici che decidono di fare una vacanza insieme. Il 90% delle volte è un disastro. Invece, di solito, le persone che si incontrano in vacanza, dei perfetti sconosciuti, diventano spesso buoni amici. La differenza è che l’amicizia ha alla base alcuni momenti di condivisione in luoghi/tempi specifici, mentre la vacanza ha alla base la scelta di un’esperienza che diventa terreno comune per un buon rapporto. Il cohousing funziona, in senso più ampio, allo stesso modo. Non è importante essere amici, ma condividere la stessa idea di stile di vita, il desiderio di condividere qualcosa e la convinzione che questo torni utile e piacevole un po’ per tutti. Quasi straordinariamente (ma in verità è normale), coloro che partecipano ad un percorso di progettazione partecipata, scoprono nei loro futuri vicini di casa persone molto più simili a loro di quanto si fossero immaginati, semplicemente perché accomunate dalla convinzione che il cohousing è un’opportunità da vivere.

Il frutto del peccato (se lo sprechi)

Quante cose si possono fare con una mela? Strudel di mele, torta di mele, tarte tatin, macedonia, mela grattuggiata, mele al forno, mele cotte, frittelle di mele, frullato e molto altro…

E se dalla mela si potesse fare anche un’impresa? Alberto Volcan, ingegnere altoatesino, ha trovato il modo di riciclare i torsoli delle mele e renderli utili a tutti. Volcan ha cominciato a sperimentare la propria intuizione nel 2004, arrivando poi a brevettare un particolare procedimento di essicazione: gli scarti di mela vengono sottoposti a dei trattamenti di essicazione  in modo da bloccarne la fermentazione e lasciarne inalterato il contenuto di zuccheri e di cellulosa, indispensabile per la produzione di carta. Si ottiene così una farina bianca che si presta alla produzione di qualsiasi tipo di articolo cartaceo. Un’applicazione interessante, che ha anche il merito di contribuire ad abbattere i costi di gestione dei rifiuti: gli scarti di mela,  vengono infatti considerati “rifiuto speciale”, una classificazione che ne rende lo smaltimento particolarmente costoso.

Il progetto, chiamato da Volcan  “Cartamela”, acquista un valore ancor maggiore in una regione come il Trentino Alto Adige, che è una delle principali produttrici europee di mele.  Quello che si ricava dai torsoli di mela non si limita alla carta (ribattezzata ‘cartamela’) ma arriva al cuoio, alla colla, a tegole per i tetti, a pavimentazioni  termiche, a farine alimentari per allevamenti. All’invenzione “Cartamela” ha fatto seguito, più di recente, un secondo progetto, sempre basato sul riciclo dei torsoli di mela: si tratta di “Pellemela”, una pelle vegetale che può essere utilizzata al posto della vera pelle, per usi che vanno dall’arredamento alla moda, dalle scarpe e alle borse, con il vantaggio di non essere il risultato dell’uccisione di un animale.

Quindi, come in tutti i buoni casi di riciclo, da un lato si allevia il problema dello spazio, evitando l’accumulo di quintali di spazzatura, dall’altro se ne ricava qualcosa di utile, di equo e solidale: non si abbattono altri alberi per produrre carta, si riduce notevolmente il processo di inquinamento industriale e si dà vita a un prodotto che, essendo fatto con le mele, è per sua natura biodegradabile al 100%.

Essere green significa molto spesso mettere in moto la creatività e cercare soluzioni alternative per fare fronte alle esigenze e ai piccoli problemi di ogni giorno.

I porti del Nord

Per quanto la storia di Milano sia fortemente connessa al rapporto della città con le vie d’acqua, parlare dei “porti di Milano” e affrontare da qui il tema del rapporto tra porti, mare e territorio può apparire singolare. Eppure, se  consideriamo Milano come un’area territoriale e funzionale che va al di là dei suoi confini amministrativi – e anche dei confini della stessa Lombardia – e che rappresenta il crocevia (di persone, merci e segni) più importante del sistema italiano delle relazioni economiche internazionali, ci accorgiamo che la portualità (in particolare in riferimento ai porti liguri) costituisce un fattore decisivo per lo sviluppo del territorio.

Come evidenzia la Fondazione IRSO, che su questo tema ha sviluppato un interessante progetto, costruire una rete di governance mirante all’integrazione del sistema portuale del Nord e trovare modi e strumenti per connettere i porti e le loro problematiche ai più vasti territori di origine e destinazione delle merci è un importante obiettivo da perseguire per la Milano di domani. Soprattutto nell’ottica di rafforzane la capacità di connessione globale.

Le vostre risposte al sondaggio “DiCCi la tua. Area C, la C sta per…”

Qualche tempo fa abbiamo lanciato sul blog il sondaggio “DiCCi la tua. Area C, la C sta per…”.

Ecco i risultati.

– “Vitamina C per la salute contro l’inquinamento” si piazza al primo posto, con il 31% dei voti.

– Al secondo posto troviamo “Civismo”, che si guadagna il 22% delle vostre risposte.

– Al penultimo posto il riferimento al carico economico del provvedimento, “Cinque euro, ma quanto mi Costi?”, a cui danno peso solo il 14% dei nostri lettori.

Pochi, invece, quelli che pensano “A che cavolo serve?”, con un esiguo 10% dei voti.

Segno che, in fondo, l’Area C riscuote più successi che critiche, almeno per chi bazzica nel mondo dei blog e dei sondaggi in rete.

E poi, c’è un importante 24% di lettori che hanno scelto di lasciarci altre considerazioni sulla tanto discussa introduzione della Congestion Charge. Di seguito alcuni degli spunti che avete deciso di segnalarci:

La C sta per:

“Cambiamento di mentalità”

“Chi ben CominCia è a metà dell’opera”

 “C come Centro, C come Congestion”

“A noi C piaCe”

“Piste CiClabili”

“C deCidiamo a Costruire infrastrutture per la mobilità sostenibile?!?”

“Meno traffiCo sotto Casa!”

“Più disagi per i residenti fuori dall’are C”

“Ci sto!”

E allora… Continuate a starCi!