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In attesa del Festival…

MITO Settembre Musica dedica un video al suo pubblico.

Quale video?

Per la prima volta un Festival di musica realizza un lipdub: un video musicale che combina sincronizzazione e doppiaggio audio.

Lo staff milanese del Festival si improvvisa protagonista, al di là delle scrivanie e del lavoro quotidiano.

Girato per le strade di Milano, MITO SettembreMusica omaggia il suo pubblico e la città in modo ironico e divertente. 

Guardate qui:

“Osservare Milano, da una seggiola rossa”. Con Art For Business

AFB – Artistic AlleyCat

“Passeggiate urbane, in cerca del bello nascosto tra le strade e le memorie di Milano. Art For Business, hub internazionale impegnato in progetti cooperativi per la promozione del mondo imprenditoriale attraverso il contributo delle arti contemporanee, lancia una nuova iniziativa dal titolo Artistic AlleyCat. Il nome arriva da un videogame degli anni Ottanta (in cui un gattino gironzolava lungo i viali di una city) e a organizzarla è AFB Community, la community di giovani che ruota attorno all’associazione. Di che si tratta? Un tour ciclistico pensato per riscoprire il coté più artistico e seduttivo di alcuni luoghi strategici della città: eco-passeggiate su due ruote, alla conquista del rimosso, del dimenticato, di quello che non vediamo e non apprezziamo più. E che però ci appartiene: riconoscere la bellezza degli spazi che abitiamo è il primo presupposto per imparare a prendercene cura. E a difenderli, dalla minaccia dell’incuria e del disinteresse.

La locandina di AFB – Artistic AlleyCat

Quattro i luoghi selezionati per questo primo esperimento: in ognuno di essi la Community piazzerà una sedia rossa e un fumetto con su scritto “A noi qui piace…e a te?”. L’invito è semplice ed immediato: prendere posto sulla seduta e condividere la prospettiva suggerita. Provando ad apprezzare quel luogo, quello scorcio, quel taglio. Perché in fondo basta poco per riaccendere la curiosità o la consapevolezza. Qualcuno che ti offra uno spunto, per esempio, e che ti inviti a fermarti, a ri-prendere possesso delle cose.
Si parte il 15 marzo dalla sede di Art For Business, in via Ariberto, pedalando fino ai palazzi di via Lincoln, dove verrà lasciata la prima sedia rossa. Seconda tappa al Naviglio della Martesana, per passare poi sul cavalcavia Bussa, dove godersi, nella quiete scintillante della sera, la vista del quartiere Isola e della stazione Garibaldi. L’itinerario si conclude infine all’Ostello Bello di via Medici. Partecipare alla prossima edizione è semplice: basta scrivere una mail all’indirizzo info@artforbusiness.it, segnalando nuovi urban-point. Per una mappatura in progress di Milano, da condividere con i cittadini. Un po’ giocando, un po’ riflettendo, un po’ misurandosi con un esperimento che somiglia a certe pratiche d’arte relazionale. Educazione, creatività e responsabilità culturale: anche questo è Art For Business”.

Helga Marsala, www.artforbusiness.it

L’antica leggenda dell’affitto milanese

Tipica conversazione da autobus milanese tra due ragazzi sulla trentina, ovvero “il mito degli affitti proibitivi a Milano”: “Hai trovato casa?”. ” Bhe, in giro c’è tanta offerta, ma con quello che mi chiedono di affitto… se solo avessi una base mi farei tranquillamente un mutuo e me la comprerei la casa… quasi quasi chiedo ai miei”.

E invece, secondo un’elaborazione della Camera di commercio di Milano attraverso il Lab MiM su dati statistici internazionali relativi al 2011, in un’ottica europea affittare casa a Milano è meno caro: su 32 grandi centri europei, Milano si piazza al 23° posto della classifica (dove al vertice, per intendersi, ci sono i più cari). Solo nove grandi città risultano più convenienti. E il capoluogo lombardo continua a guadagnare in competitività, a causa di una variazione dei prezzi delle locazioni meno accentuata in termini relativi rispetto alle altre città: nel 2010 era al 22° posto e nel 2009 era al 20° (-5 posizioni in 2 anni).

Roma si conferma quindi più cara di Milano, posizionandosi al 15° posto tra le città europee; ponendo gli affitti di Milano pari a 100, il costo medio a Roma sale a 120 (era 126 un anno fa). In Europa sempre prima (e, fortunatamente, inarrivabile) Londra, con un indice dei costi pari a quasi cinque volte quello di Milano (457). Ma anche Parigi non scherza, con un indice di 222. Seguono due città svizzere: Ginevra (163) e Zurigo (161). La città europea più economica per le locazioni si conferma anche nel 2001 Lione (52). Milano in Europa sale al 21° posto se consideriamo i prezzi degli affitti degli appartamenti medi, mentre è 20° per gli appartamenti di lusso. Il capoluogo lombardo guadagna di competitività anche a livello globale: si posiziona infatti nella seconda metà della classifica, al 60° posto. Tra le città considerate, la più cara per gli affitti nel mondo risulta Hong Kong (con un indice pari a ben 677: sette volte più cara di Milano), seguita da Londra (457) e da Tokyo (401) che precede di poco Mosca (400).

 Certo, però, che un paio di precisazioni meritano di essere fatte: non è che i milanesi da dentetori della sobrietà ambrosiana siano diventati i paranoici piangina degli affitti. Innanzitutto queste classifiche si riferiscono in genere ad appartamenti situati in zone centrali e non periferiche, quindi appartamenti di fascia medio alta;  e in una città moderna fa tutta la differenza come sono servite dai mezzi pubblici le zone non proprio centrali. A Londra ci sono 12 linee della metropolitana, tanto per intenderci. Secondo, poi, un argomento non indifferente sono il livello degli stipendi (che come si sa in Italia non brilla rispetto agli altri Paesi europei) nonchè il supporto del fisco e del welfare al costo della vita (agevolazioni giovani coppie, sgravi fiscali, costo degli asili nidi, etc…).

Ma nonostante questa doverosa premessa, è bene sapere che il mercato degli affitti meneghino sta sperimentando una discesa costante e significativa. Nella seconda metà del 2011, ad esempio, il canone medio dei trilocali è diminuito di oltre il 5% e rispetto ai costi ci si attesta su valori medi annui di 170 euro al metro quadro in centro, 138 euro nei Bastioni, 80 euro in circonvallazione, e 73 euro in periferia. Siamo ancora lontani dal poter considerare Milano una vera e propria “meta low cost”, ma forse è il momento di cambiare casa o ricontrattare l’affitto!

Una bomba di energia civica

Al centro del dibattito politico e mediatico si è imposto nelle ultime settimane il nodo – quanto mai critico – della costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione. Tanto che il movimento “No TAV” ha largamente sconfinato dalla Val di Susa spostando la protesta e il dissenso in tutta Italia, Milano compresa.

Il tema ha riportato l’attenzione sulla difficile gestione dei conflitti laddove si contrappongono interessi locali e bene comune, così come sul ruolo di gruppi, movimenti, comitati o associazioni che canalizzano le istanze. 

Un interessante spunto di riflessione sull’evoluzione del comitatismo viene dalla realtà milanese, che è stata ampiamente indagata da una recente ricerca dell’Aaster su impulso della Camera di Commercio di Milano, e che può in qualche misura fornire indicazioni su come approcciare la questione da parte delle forze politiche e sociali in gioco. Partiamo da qualche considerazione di fondo. La prima. Il fenomeno dei comitati è ampiamente cresciuto negli ultimi vent’anni, ed in particolare dal 2001 in avanti (solo a Milano si passa da 30/40 a 180 gruppi censiti). La seconda. Se vent’anni fa i comitati rappresentavano un presidio territoriale di difesa in chiave di prossimità e in risposta ad un problema di sicurezza, oggi sono l’espressione di più dimensioni, da quella politica a quella dello sviluppo urbano – con particolare riferimento alle questioni ambientaliste (inquinamento, traffico, verde, grandi infrastrutture). In questo modo rivelano una maggiore attenzione alla qualità della vita e della convivenza urbana, intervenendo anche sui grandi temi di scenario, come l’Expo 2015, in risposta alla crisi di rappresentanza che lamentano (basti pensare, ad esempio, al fatto che con il concetto del “not in my backyard” i movimenti puntano oggi a disegnare l’assetto complessivo del contesto in cui sono inseriti). La terza. Considerando sinteticamente l’identikit del sistema a Milano, si rileva che i comitati oggi mostrano un rapporto di genere equilibrato e si compongono di militanti compresi nella fascia d’età 35-50 anni il cui titolo di studio rivela un movimento colto e la professione un’incidenza del ceto medio riflessivo delle professioni. In altre parole, i comitati descrivono l’attuale composizione sociale della città. Si tratta, pertanto, di movimenti che si ritagliano una propria dimensione in risposta ad un bisogno di autonomia e su impulso di nuove forme di energia civica potenzialmente in grado di indurre una trasformazione molecolare del contesto circostante. 

Questo processo di “americanizzazione” sta però avvenendo a fronte di un deficit di pluralità, principalmente su tre dimensioni. La prima riguarda le risorse della conoscenza, in quanto un contesto di gestione monopolistica delle informazioni inibisce l’apprendimento sociale. La seconda si riferisce al deficit di meccanismi di regolazione pluralistica e partecipata che frena i processi di creatività e di sperimentazione. La terza è relativa allo scollamento tra la dimensione della residenzialità, della territorialità e del radicamento e quella dei city users milanesi che, diversamente da quanto avviene negli Stati Uniti, non possono contare su forme di aggregazione e costituiscono per questo nodi di rottura emotiva. Il punto è quindi: come valorizzare queste nuove risorse di energia civica?

In una città come Milano c’è bisogno di puntare su questi nodi, perché la realtà urbana milanese è una sintesi di stanzialità e mobilità. A questo scopo, però, le tradizionali regole della politica hanno mostrato limiti di efficacia, le strutture per la creazione del consenso si sono indebolite e nuove forme di rappresentanza devono essere individuate in modo condiviso. Occorre fare leva sulla delocalizzazione del potere amministrativo, prendendo come riferimento la dimensione del contesto locale per proiettarsi sulla dimensione comune, e sulla ricerca di canali appropriati per governare i movimenti dei cittadini. Perchè se è vero che esiste il problema della frantumazione tra comitati, che non si sono ancora dimostrati del tutto capaci di fare sintesi, è anche vero che da soli non faranno mai “condensa”, poiché questo compito spetta alla politica e alle istituzioni. Del resto, “fare condensa” è giocoforza: l’amministrazione può contare, in genere, su risorse scarsissime, ma ha a disposizione un grande capitale sociale diffuso, un volontariato sostitutivo di queste risorse scarse che mette a disposizione della cittadinanza servizi di prossimità forniti in modo gratuito. Ciò che occorre è, pertanto, stringere un nuovo patto tra politica e risorse civiche diffuse, per ridurre lo iato tra il “locale di prossimità” e il “globale di istantaneità”. Ma soprattutto per evitare lo scontro e le contestazioni “a metà dell’opera” e far sì che il dibattito si sviluppi quando è ancora possibile confrontarsi in modo costruttivo, con maggiore trasparenza da parte delle istituzioni nel porre in essere interventi pubblici.  Da parte dei comitati, invece, occorre risolvere alcuni aspetti preoccupanti di deformazione del meccanismo democratico, perchè spesso si verifica che una esigua minoranza assuma posizioni maggioritarie per mero effetto mediatico, così come talvolta i comitati rifiutano i meccanismi della democrazia rappresentativa a favore della democrazia diretta.

E’ questo un nodo centrale da risolvere perchè una bomba di energia civica come il comitatismo non si trasformi in un (più elementare, ma alquanto pericoloso se preso in faccia) boomerang democratico.

L’etica ambrosiana e lo spirito del…giovanilismo

C’era un’etica ambrosiana fatta di pragmatismo e contenuti, di individualismo fecondo perchè si specchia nel bene comune, di equilibrio e solidarietà che nasce dalla sobrietà e dalla consapevolezza. C’era un’etica ambrosiana che -parafrasando Max Weberspiega almeno in parte “lo spirito del capitalismo” milanese, la sua vocazione economica, la sua imprenditorialità. C’era un’etica ambrosiana che ha generato una città borghese e aperta, a volte severa, che tuttavia premia le idee e incoraggia la cultura, dove chi ha voglia può imparare e crescere; una città con la capacità di generare mobilità sociale, senza ruoli ingessati, dove anche il Governatore romano può diventare un talentuoso Vescovo.

C’era questa città, ma forse non c’è più. E fondamentalmente perchè i giovani, che ci sono o vi arrivano, faticano a coltivare l’etica ambrosiana, a credere che ancora funzioni; i giovani faticano a diventare adulti consapevoli, cittadini.  Mancano i riferimenti per diventare grandi -lavoro, famiglia, indipendenza-, non basta più “essere bravi e seri” per farcela e la crescita da passaggio sfidante diventa una fatica di Sisifo. Secondo una ricerca della Camera di commercio di Milano (grazie all’innovativo progetto  “Voices from the Blogs”  dell’Università degli Studi di Milano su 3.000 tra post su Twitter e blog milanesi a febbraio 2012) il lavoro è la prima preoccupazione dei giovani milanesi: quasi la metà dei giovani milanesi teme la disoccupazione (41,3%) e a otto su dieci il “posto fisso” non dispiacerebbe affatto; due su tre sarebbero disponibili anche a  spostarsi pur di avere un lavoro.

La disoccupazione e il precariato sono il principale problema per il 64% dei giovani, solo il 26% si pone per primo l’obiettivo possibile di una famiglia (che non significa prosaicamente soltanto sposarsi e figliare, ma radicarsi, investire sul futuro, pesare davvero in toto le possibilità e i limiti di una città). Ma nemmeno andare a vivere da soli è una scelta fatta a cuor leggero: mentre la casa rimane un bene rifugio, oltre uno su due dei giovani milanesi fa fatica ad acquistare casa perché, dopo le trattative in agenzia immobiliare, si rendono conto di non avere sufficienti risparmi. Nel 74% dei casi chi la compra si fa aiutare dai genitori.

L’etica ambrosiana genera ancora “spirito del capitalismo”, dell’investimento (prima di tutto su se stessi e sulla città) e progresso? Oppure nei decenni questo “modo di essere” si è indebolito con le nuove condizioni economico-sociali e ha perso  la capacità di risultare per le nuove generazioni un motore di sviluppo come in passato? A volte sembra che Milano piuttosto dei giovani abbia finito per premiare sempre più solo il giovanilismo, diventando una città formidabile finchè si studia e ci si diverte, ma davvero troppo difficile se si tratta di guadagnarsela lavorando e costruendo una famiglia. La sfida è invece quella di creare una città dove i giovani possano davvero crescere, una città con etica ambrosiana e spirito del futuro. Qualche idea?

(A Milano) ‘o famo strano

Strano, ‘sto Carnevale a Milano ‘o famo strano. Per almeno tre motivi.

Il primo è perché nasce così: la tradizione dice che fu proprio Sant’Ambrogio, poiché fuori città, a chiedere ai suoi cittadini di aspettare il suo rientro prima di iniziare a celebrare la Quaresima. Da allora, il Carnevale a Milano entra nel vivo quando altrove le feste carnevalesche sono già finite e con grandi vantaggi tra l’altro, non solo in termini di goliardia prolungata (la triste e severa Quaresima qui dura qualche giorno in meno), ma anche in termini economici. Infatti, proprio quando a Milano la festa comincia a fare sul serio, alcuni negozi avviano i saldi di fine carnevale, con sconti al 50% sugli abiti delle splendide principesse e degli eroi dei cartoni animati.

 Il secondo motivo dello “strano” Carnevale Ambrosiano  è invece legato al presente. L’edizione 2012 (che va dal 21 al 25 febbraio) sarà infatti dedicata alla “Multiculturalità’” con il motto “Milano città che trasforma e si trasforma… Trasformiamoci”. Gli eventi in programma sono tanti e diversi ed è possibile trovarli sul sito del Comune di Milano.  Una scelta, questa della “festa dei popoli”, molto particolare che sembra mandare in soffitta le vecchie maschere, come la civettuola Colombina, il furbetto Arlecchino, il servitore rozzo ma di buon senso Meneghino, il saccente dottore bolognese Balanzone, l’allego Pulcinella, il galantuomo piemontese Gianduja e l’avaro commerciante veneziano Pantalone. Tutte maschere cresciute all’ombra di ciascun campanile d’Italia con la funzione di raccoglierne vizi e virtù, dunque capaci di raccontare l’unico vero federalismo che abbia conosciuto il Paese, quello dei costumi, come ha sottolineato Armano Torno sul Corriere

   La comicità quindi sta cambiando natura e i negozi di abiti di carnevale si adeguano alle richieste e diventano cartina al tornasole del Paese e dei suoi nuovi “costumi”. Così arriviamo al terzo motivo che rende questa antica festa ancora più particolare ed è legato proprio alla scelta dei travestimenti.  Se in generale in Italia sembra che le due maschere più diffuse siano quella del furbetto e pavido Schettino e quella di una certa Ruby Rubacuori che ha animato le cronache del precedente Governo, qui a Milano – a sentire la Bottega storica del Carnevale Torriani di Via Mercato –  al di là delle maschere per bambini (che per fortuna sono sempre le stesse), i milanesi (adulti) spesso e volentieri optano per la versione più sexy della maschera prescelta. E vai con le diavolesse inguainate, le suore in reggicalze, le infermiere in candide trasparenze e le Biancaneve in minigonna e push up. Si sa a Carnevale ogni scherzo vale e la maschera è proprio il finto volto che si indossa per liberarsi delle convenzioni ma, a guardare bene, sembra quasi che il carnevale ambrosiano stia negli anni lentamente riscoprendo l’antico e primitivo significato che aveva nel mondo Romano. Con i Lupercali, Saturnali, Baccanali ci si divertiva in feste smodate e trasgressive, che furono poi riadattate e mitigate nel mondo cristiano. Alla fine le nuove tendenze “nei costumi” sembra che strizzino l’occhio alla tradizione …a quella ancor prima di S. Ambrogio, però!

C’è profumo di San Valentino…

A prescindere da quanto uno sia devoto al Santo degli innamorati, va detto subito che la festa di S. Valentino è diventata oramai una salda ricorrenza dei nostri usi, costumi e …consumi. Si stima che i milanesi siano pronti a spendere 34 milioni di euro, 4 in più rispetto ai giorni normali, tra questo week end per chi sceglie un regalo e martedì per chi preferisce un’uscita col partner. Dunque, chi più, chi meno, ognuno si attrezza come può: dalla cena tete a tete, che è la scelta più frequente (e qui si varia dal ristorantino romantico con portate dai nomi a doppio senso dolcemente erotico e gustosamente ironico, alle cene sofisticate ma low cost delle aragoste su Groupon) fino ad arrivare all’ancora meno costoso ma sempre efficace biglietto d’amore (scelto dai più giovani).

Certamente Milano con la sua variegata offerta commerciale non delude il cliente più esigente. Anzi, questa città si distingue dalle altre realta’ con forte vocazione commerciale non solo per la sua capacità di star dietro o anticipare le ricorrenze ma soprattutto per il suo essere città ad alto “approfondimento commerciale”. Qui infatti c’è un numero significativo di negozi che si specializzano nel prodotto: sono negozi depositari di tecniche ereditate da generazioni e di conoscenze affinate; sono imprese che diffondono, se vogliamo, la cultura del sapere e del saper fare.

Allora al via la caccia al regalo purché sia davvero speciale e specializzato. Ma quale? L’amore si sa piu che dal romanticismo nasce dalla chimica, da un incontro di alchimie meglio definite come ferormoni (dal greco “portare eccitamento”) che inducono a determinati comportamenti per stimolo olfattivo. Proprio i ferormoni miscelati ad olii, essenze e spezie sono alla base dei nuovi e personalizzati profumi. E Milano vanta nella profumeria di nicchia un approfondimento e una tecnica particolare, basta fare una passeggiata in centro. A Brera (e da poco anche dentro Coin Excelsior)  c’e’ l’Olfattorio  (un vero bar à parfum dove “assaggiare” le fraganze) che tra l’altro tiene Penhaligon’s: profumi inglesi molto chic,  con tutta la linea associata comprese le candele, il talco, bagno, crema etcc.  A Brera c’è poi anche Profumo (con i fiori decisamente “sanvalentiani” di Hervè Gambs sopra i quali si spruzza l’essenza). In  Santa Maria alla Porta si trova Calé che tiene il profumo più caro che esista, quello di Clive Cristhian…(ma da assicurarsi che la donzella ne capisca o è meglio regalarle un viaggio!!!). La Profumeria Vecchia Milano (San Giovanni sul Muro), a parte gli spettacolari arredi d’epoca, tiene invece i profumi di Molinard (antichi, semplici ed accessibili per prezzo. Ottimi per i neofiti del profumo di nicchia).
Poi c’è Mazzolari in San Babila, non però quello generalista, ce n’è anche un altro sul retro, all’ingresso della galleria, moolto grande, mooolto bello, dove si trova quasi di tutto del profumo iper specializzato: ad esempio per i modaioli c’è Bond n.9 (il profumo ispirato alle zone di NYC), mentre per i romantici c’è la sofisticata Annick Goutal. Se è invece la fanciulla che deve profumare il suo bello meglio puntare su Miller Harris una fraganza sobria e decisa che si può trovare da Artessenza in Piazza Virgilio. 

In questo turbinio di essenze  Milano da capitale dell’attrattività economica si può candidare anche a capitale dell’attrazione… sessuale, per S. Valentino.